Salario giusto per chi?

Il 24 giugno è diventato legge il decreto sul salario giusto. Accanto ad altre misure, il provvedimento interviene direttamente sul livello delle retribuzioni e, indirettamente, sul reddito e sulle modalità in cui si svolge la contrattazione; mettendo nelle mani dei capitalisti ulteriori strumenti per regolare a proprio vantaggio il mercato del lavoro.

Ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un provvedimento che, accentuando il ruolo del governo nel controllo autoritario della società, attirando su questo stesso governo il malcontento di vasti strati della popolazione. Al tempo il provvedimento stesso svela la funzione effettiva del governo quale strumento della sete di profitto della borghesia, dimostrando con i fatti la validità della critica anarchica all’attuale modello di società, basata sul dominio politico ed economico da parte di una ristretta minoranza privilegiata.

La classe operaia e le classi sfruttate non hanno nulla da attendersi dalle loro istituzioni e dai loro rappresentanti: solo la loro organizzazione autonoma e unitaria, sulla base dell’autorganizzazione e dell’azione diretta, può contrastare il continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e al tempo stesso creare le premesse per una nuova organizzazione della società, che superi il regime della proprietà privata e abbatta ogni forma di governo.

Il governo, con il decreto prima e con la sua trasformazione in legge poi, stravolge peraltro la gerarchia delle fonti su cui si basa il diritto del lavoro. Questa gerarchia vede al primo posto la Costituzione, poi le leggi ordinarie e poi la contrattazione; da notare che quest’ultima non può stravolgere quanto ordinato dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie. Il testo approvato dal parlamento prevede invece una sorta di primato della contrattazione fra le parti: scompare ogni riferimento alla vita libera e dignitosa che dovrebbe essere assicurata dalla retribuzione corrisposta a chi fornisce la propria capacità lavorativa, secondo quanto previsto espressamente dalla Costituzione. Questa disposizione viene invece sostituita dal riferimento al trattamento economico complessivo definito dai CCNL stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Il rapporto di subordinazione che lega chi svolge lavoro dipendente al datore di lavoro, elemento che giustificava l’intervento dello Stato nel rapporto di lavoro – intervento comunque sempre volto a mantenere questa subordinazione – viene mascherato nel rapporto contrattuale, che diviene la base del trattamento economico di chi vende la propria capacità lavorativa.

È un ritorno ad una prassi liberale, già superata a parole dal corporativismo fascista, superamento poi recepito dalla Costituzione repubblicana e divenuto prassi comune in seguito alle lotte dell’autunno caldo.

Il completo abbandono dei salari operai alla discrezione dei capitalisti è ribadito dalle scelte dei sindacati confederali. Con l’ultima proposta per un accordo quadro sulle relazioni interconfederali CGIL, CISL e UIL si sono completamente subordinati di fronte alle richieste padronali e del governo. L’accettazione dell’indice IPCA NEI come riferimento per l’aumento delle retribuzioni nominali si traduce nella rinuncia alla difesa del potere d’acquisto, e quindi delle condizioni di vita per milioni di lavoratori e per le loro famiglie. Ma figuriamoci se questi sindacati pensano ad una redistribuzione del reddito a favore dei ceti sociali più svantaggiati e a danno dei profitti!

Il legame tra burocrazia sindacale e apparato statale è inevitabile: la principale fonte di entrate non sono le contribuzioni degli iscritti inseriti in attività produttive, sono i contributi dei pensionati e i compensi per i servizi di patronato. I sindacati maggiormente rappresentativi, poi, sono eredi diretti dei sindacati fascisti, e da questi hanno ereditato la subordinazione alla politica, giustificata in forme diverse ma concomitanti dalle burocrazie sindacali di ispirazione socialcomunista, cattolica o repubblicana.

Il processo di costruzione di un regime fascista, in atto oggi in Italia, non può che beneficiare dell’acquiescenza di CGIL, CISL e UIL.

Il benessere delle classi sfruttate, il loro elevamento materiale e morale, la loro emancipazione sta nelle loro mani, nella loro capacità di unirsi e dar vita ad organizzazioni stabili sotto il loro diretto controllo, autonome dai partiti e dalle istituzioni, secondo i metodi dell’autorganizzazione e dell’azione diretta.

La Federazione Anarchica Italiana, da anni, ha individuato nel sindacalismo di base l’embrione di questo tipo di organizzazione. Ma questi sindacati sono costituiti da attivisti, alcuni dei quali si sono formati all’interno dei sindacati burocratici, altri sono sottoposti all’influenza di agitatori ispirati dalle pratiche autoritarie; la loro base è abituata alla delega e non a prendere in mano l’organizzazione che dovrebbe difenderla. Tutto questo non può che portare alla riproposizione nel sindacalismo di base degli stessi difetti del sindacalismo burocratico.

D’altra parte, alla scelta a favore del sindacalismo di base compiuta dalla Federazione non ha corrisposto un impegno continuativo e coerente in difesa delle pratiche dell’azione diretta e dell’autorganizzazione. Talvolta, anzi, la Federazione ha supportato scelte operate dai vertici dei sindacati di base in vista di obiettivi politici immediati, senza supportare abbastanza la maturazione dei processi di lotta tra i lavoratori. Penso allo sciopero generale in occasione del G8 di Genova o ad alcuni scioperi generali contro la guerra.

La Federazione Anarchica Italiana, invece, può dare un contributo decisivo allo sviluppo dell’unità, dell’autonomia, dell’organizzazione delle classi sfruttate.

Legare i redditi nominali all’indice Istat dei prezzi per le famiglie degli operai e degli impiegati (indice FOI); rivendicare l’abolizione dell’IVA sui beni e servizi che fanno parte di questo indice, opporsi ai 35 miliardi che il governo vuole spendere per la guerra e le multinazionali energetiche possono essere temi da agitare sia nei sindacati di base che nel lavoro di massa, attraverso volantinaggi, presidi, manifestazioni. A ciò va aggiunto un lavoro di formazione sulle modalità di organizzazione e di lotta che puntino alla formazione di militanti sindacali libertari che trasformino dall’interno le strutture dei sindacati di base.

La causa dell’emancipazione della classe operaia, dell’abolizione della proprietà privata, della rivoluzione sociale ha tutto da guadagnare dalla lotta per i miglioramenti immediati, dalla crescita dell’organizzazione unitaria e autonoma delle classi sfruttate.

L’esperienza della Rivoluzione spagnola, di cui quest’anno cade il novantesimo anniversario, è lì ad ammonirci: la sconfitta del colpo di stato fascista del 19 luglio 1936, le conquiste degli operai e dei contadini nei mesi successivi non sarebbero state possibili senza l’esistenza di un’organizzazione autonoma di classe e, al suo interno, dell’organizzazione della minoranza cosciente ispirata dall’ideale anarchico. Questa lezione può essere utile anche oggi, contro i demolitori solipsisti e contro gli autoritari, oltre che contro il fascismo montante.

Tiziano Antonelli

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